Interno clinica di riabilitazione. Faccio i miei passi sul deambulatore, la terapista mi sta dietro con la carrozzina, la mia assistente mi aspetta in fondo al corridoio.
Una donna bella, pure lei in carrozzina, mi guarda e chiede all’assistente: “quella ragazza io la conosco… ha un beagle?”. “no, mi faccia pensare però, mi sa che lo aveva”. “Oddio come si chiama… La conosco… che per caso faceva la giornalista? “.”E come no! Laura, si chiama Laura”. “Già! Laura! Come no!”. Mi giro e la riconosco anch’io. D’altronde sono passati 18 anni da quando la vidi l’ultima volta. Sono passati 18 anni e sia Gabriella che io eravamo in piedi.

Nessuno avrebbe potuto prevedere che 10 anni dopo sarebbe uscita viva per miracolo da un incidente terribile, dove morì suo marito, il nostro maestro e addestratore di agility, uomo generoso e carismatico. Ci alzavamo alle ore piccole e facevamo le gare in giro per l’Italia, ci allenavamo sul campo col sole, sotto la pioggia, via di fiato e di corsa. Un lutto per la città la scomparsa, un trauma per tutti. Io già avevo perso i contatti.

E ci siamo riabbracciate, lei con tetraplegia, io con la sclerosi multipla. E… Giù, a prendere in giro i normodotati e la loro fissazione con la carrozzina, le loro “pacche sulla spalla” (“chissà perché te le danno tutti? Mah!”), i pregiudizi e i vari “tanto tu sei forte”. Ci si vede alla prossima riabilitazione, allora. Ma vienici a trovare al campo, dai.
Che dire… Che stare nei ricordi e nel lutto è la morte anticipata. Quanta vita in questa vita “brutta” ma pur sempre presente. Non voglio vivere nel ricordo. Voglio vivere nel presente, ché la vita, anche con i suoi colpi feroci, si rinnova sempre.

(nella foto, Gabriella Zanon al campo di addestramento)