L’otto luglio riprenderà a Massa il processo che vede imputati Marco Cappato e Mina Welby per aver accompagnato nel 2017 Davide Trentini in Svizzera, verso il suicidio assistito. Trentini era malato di sclerosi multipla come me, come tanti. E quindi non posso non sentire questa battaglia anche mia.

Non è facile parlare di eutanasia legale all’indomani della tragedia del Covid. Si rischiano di urtare tante sensibilità in una fase storica che ha visto tanti lutti, con un tasso di emotività collettiva molto alto (leggi il post di Giovanni Fornero sul sito dell’Associazione Luca Coscioni). Eppure, ci devo provare. Per farlo, dopo aver discusso animosamente con alcuni lettori cattolici, stavolta vorrei gettare un ponte. Un “ultimo vecchio ponte” anzi, citando De Andrè. Nella sua “Preghiera in gennaiol’ultimo vecchio ponte era proprio il passaggio dalla vita alla morte (protagonista del brano era un suicida ben noto, ndr). De Andrè che amo, ateo e credente insieme, coi suoi versi mi ha trasmesso la pietas, e oggi proprio a quella pietas vorrei appellarmi, per oltrepassare quel fossato che da sempre divide l’opinione pubblica, il mondo dei credenti e quello degli atei, e quindi la volontà politica.

Mentre Dj Fabo era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, Davide Trentini, con sclerosi multipla in forma grave da oltre vent’anni, non era attaccato a nessuna macchina, dal punto di vista biologico era perfettamente, mi si passi il termine, autonomo. Il passaggio giuridico che si potrebbe realizzare quindi in questo caso, se ci fosse una nuova assoluzione – dopo la prima, storica sentenza per Dj Fabo lo scorso settembre – è facilmente intuibile, ed è il passaggio che tutti aspettiamo: la libertà di potersi autodeterminare anche quando si è ancora “pienamente vivi”, la possibilità di ottenere un aiuto attivo per porre fine alla propria vita. È un passaggio chiave enorme.

Devo precisare sempre che sono ancora tenacemente attaccata alla vita. Questo per prevenire i soliti attacchi e le posizioni difensive. Ma ho ben impresse nella mente e negli occhi le immagini di Trentini in video, mentre dava l’ultimo saluto. E non possono non toccarmi. Oltre ai sintomi già crudeli di questa patologia crudele – nella sua forma più grave – Davide soffriva di un dolore centrale inestinguibile. Io ho una sclerosi in forma grave ma sono fortunata, non ho mai sofferto di dolore neuropatico importante: dev’essere qualcosa che non lascia tregua. Mi chiedo cosa farei se oltre alla paralisi, alla fatica quotidiana e totalizzante, alla spasticità, all’incontinenza, ai dolori e deficit vari, alla perdita sempre maggiore di autonomia e alla progressione costante di disabilità, dovessi avere anche un dolore fisico del genere. Penso che anche l’attaccamento più tenace alla vita se ne andrebbe, ma in ogni caso, a parte il dolore: può bastare, per me o chiunque altro, anche tutto il resto, di questa o altre patologie. Può bastare per voler morire, come anche, no. Scelta del tutto soggettiva, intima, personale. Scelta che purtroppo può subentrare nel tempo: io spero di continuare a voler vivere ma i momenti di disperazione acuta ci sono eccome, e in quei momenti, la disperazione diventa un desiderio lucido e determinato. Ancora esco facilmente da quei momenti, è naturale che sia così: sono tenace e resiliente e alla fine rimetto ‘in un cassetto’ quella volontà. Un giorno, se i ‘contro’ di continuare a vivere supereranno i ‘pro’, me ne renderò ben conto. E per quel giorno, io mi aggrappo alla speranza che potrò scegliere di dire stop. Come riuscire a gettare un ponte con chi non accetta questa visione, non ho le competenze per dirlo.

So solo che mi sono letta materiali e convegni, e ho appreso che in Italia esiste un Comitato Nazionale di Bioetica che non è del tutto ostile al concetto, anzi che ha al suo interno posizioni molto divergenti e aperture importanti al riguardo. Non c’è la compattezza di una visione contraria. Oltre al principio di autodeterminazione, da garantire come diritto costituzionale, va considerato anche il principio di solidarietà verso la sofferenza, a cui la società deve prima di tutto rispondere con tutte le alternative possibili (cura globale, assistenza, presa in carico e cure palliative) e poi con l’adesione alla eventuale richiesta di morte.

E la classe medica? Che in altre epoche, neppure troppo lontane, era tutta quanta contro, poggiandosi sul principio della tutela prioritaria della vita? Io stessa ‘parlo bene’, ma me lo sono chiesta spesso cosa farei se fossi dall’altra parte, cioè medico, e mica è facile la risposta. Ebbene grossa parte della classe medica attuale, lo leggo negli atti di un convegno del Comitato di Bioetica di diversi anni fa, considera l’aiuto al morire come estremo atto di cura. L’atto finale, quando tutto il resto non è possibile. È un’assunzione di responsabilità immensa: anche per questo non si può più attendere per concepire una legge che regolamenti l’eutanasia attiva o – atto forse meno problematico, sul piano etico e giuridico – il suicidio medicalmente assistito. Dal 2013 lo caldeggia in una sentenza, finora inascoltata, pure la Corte Costituzionale. Da troppi anni aspettiamo una legge. 

Non sono competente e mi faccio ‘piccola così’ difronte a una questione enorme. Ma da persona con la stessa patologia di Trentini, posso provare a gettare un ponte? L’ultimo vecchio ponte della pietas. La società è pronta, molto più di quanto si pensi. Bastano un po’ di coraggio, di volontà politica, di realismo. E un po’ meno ipocrisia.