Eravamo lontani anni luce quando, nel 2015, postai questa testimonianza sul blog collettivo di AISM. Oggi in carrozzina ci sto per davvero mentre allora era solo un ‘quando’ (o meglio ancora, un ‘se’ speranzoso). E oggi, il prezzo che pago con la fatica, la perdita funzionale e la spasticità è ben diverso.
Ma ancora, comunque vada in vasca, le endorfine corrono, e il nuoto vince 1-0 sulla bastarda (nella foto, la vasca di Amatori Nuoto a Perugia).

Iniziai a nuotare nel 2005, quasi per gioco, in estate. Allungando il mio corpo in vasca (ancora ero SM benigna, pressoché asintomatica) sentii subito quello che chiamo relief,  sollievo. Ah che bello, che leggerezza. Cominciai subito regolarmente. Mi piaceva, mi prolungava l’estate nella mente, e da qualche parte, avevo letto che era indicatissimo per la SM. Da lì a fare lezioni di perfezionamento con l’amica nuotatrice, e poi ad allenarmi seriamente, il passo fu breve.

Mi allenavo con costanza e passione crescente; corressi, perfezionai e allenai la nuotata, e superai lo scoglio più grande per me da neofita, il delfino. Una collega, nuotatrice in una squadra Master (non sapevo neppure cosa fossero, i Master) mi chiese, “perché non entri in squadra con noi?” Dopo poche titubanze mi ‘buttai’, letteralmente. Sapevo di non essere esattamente una freccia ma, primo: nuotare intensamente mi faceva stare troppo bene, secondo: io lo sapevo, che prima o poi si sarebbe fatta viva la malattia, e volevo prima provare la sensazione di tuffarmi da un blocco di partenza al via. Pensavo, me la ricorderò questa sensazione adrenalinica, lo start, il tuffo, l’entrata.

Ho nuotato come Master, cioè agonista adulta, con una squadra regionale nota a livello nazionale. Alcuni lì sono ex-agonisti, cioè nuotatori dall’infanzia, altri neofiti come ero io (e la differenza si vedeva, ma non ce ne importava né negli allenamenti, né in gara, ci divertivamo insieme e cazzeggiavamo). C’erano Master anche di 75, 80 anni e questo rendeva ai miei occhi il nuoto davvero accessibile a tutti (e lo è!). I tempi non erano granché, ma io sono più di resistenza che veloce, la rana era – e sarebbe ora – il mio stile (la mia schiena ringrazia…). Nuotai nei Master nel 2008 e 2009 e andò tutto benissimo. Guadagnai anche qualche bronzo, e rarissimi ori, ma solo quando in batteria eravamo molto pochi.

Andò liscio anche dopo, quando la mia SM si risvegliò, da subito con sintomi motori e deambulatori. Solo, tanta fatica, e alternare i giorni di interferone all’allenamento cominciava a non bastare. Lasciai la squadra e continuai a seguirla da spettatrice. Nel frattempo la SM mi consentiva ancora di allenarmi, da me, certo con carichi molto più leggeri. L’acqua e la vasca per me sono stati in 10 anni la vita, la normalità, la forza. Tante endorfine, sentirmi forte. E ancora oggi lo sono, anche se il farmaco nel frattempo è diventato un immunosoppressore, anche se cammino col bastone e le ricadute e le lesioni aumentano, anche se già camminare pochi metri è una fatica. Ma ancora oggi, quando entro in acqua, penso: “eccomi, sono io”. Non c’è, in assoluto, momento della vita in cui mi senta più me stessa, che quando entro in vasca.

Ogni volta entro zoppicando, se è caldo mi trascino e mi appoggio al muro. Entro, nuoto, ormai sono “solo” 700 metri sciolti e lenti. Ma quando esco da lì, miracolo, sono sciolta, dritta, e cammino molto meglio che prima di entrare. Ogni volta, andandomene via, borsa in spalla, lancio uno sguardo indietro alla vasca, con la gente che nuota dentro, squadre, nuotatori amatoriali, ragazzini, anziani; e penso, “non c’è nessuno più felice di me, in questo preciso momento. Non c’è nessuno”. Io sarò sempre lì, anche quando lascerò a bordo vasca la mia carrozzina.

A volte l’ipertono mi rende la gamba destra, quella più colpita, una stecca rigida, e non solo nuotare, ma anche camminare pochi metri a bordo vasca senza cadere, è dura. Altre volte mi tormentano i cloni, i formicolii, le parestesie. E soprattutto la fatica, che è IL problema oggi, quello che comanda tutto. In vasca, nuotando da una vita e con l’assenza di gravità, all’inizio la fatica non la sento. Però poi, uscita, pago un prezzo salato, se ho nuotato “troppo”. Oggi “troppo” significa solo 100 metri in più, 4 vasche. “Troppo” significa aver voluto fare la mia solita piccola distanza, anche se partivo già stanca. “Troppo” significa, semplicemente, aver voluto sentirmi viva per cinque minuti in più. Non chiedo cose irraggiungibili né medaglie paralimpiche, chiedo solo di sentirmi viva.

Fatica e deficit a parte, mi sento sempre e comunque me stessa in vasca, qualunque sia oggi, e qualunque sarà domani, la mia disabilità. Gestire la fatica, bilanciarla con la mia caparbietà, quello è il problema di oggi. Oggi il traguardo è accettare di fare 100, 200 metri in meno perché sono stanca, e rimandare gli sforzi alla prossima volta. Perché se no poi, il prezzo lo pago salato. Ma intanto il nuoto c’è, e ci sarà sempre.

 

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